ArteInMovimento by Daniela Scarel

ArteInMovimento by Daniela Scarel
Marco Mazzoni, Artista - " C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura. " (Jean-Jacques Rousseau)

sabato 26 novembre 2022

Luca Dall'Olio


" Il più bello dei mari è quello che non navigammo "


" Notte di Sogno "


" Paese Incantato "



" Ho lasciato la porta mezza aperta "


" Ti manderò un bacio con il vento "


" Il mio cuore è sulle montagne "


" L'emozione di rivederti "


" Bisogna viaggiare per tutti i mondi esteriori 
per giungere infine al sacrario più segreto all'interno del cuore "

Luca Dall'Olio, Artista 


***

" Ogni tanto vado
al mercato della fantasia
per comprare
profumo di fieno
costa poco anima mia
ma a te piacerà.
Nel campo di grano
tra i papaveri
colgo solo fiori azzurri
perché tu ami quel colore
del ' nontiscordardimè '.
M'immergo in un mare
dove l'acqua si respira
e alle ostriche rubo
cento perle per te.
Tra le piante di mangrovie
prendo spugne ancora vive
per asciugare le lacrime
che hai versato per me.
Strappo all'arcobaleno
l'armonia di folli colori
e con fili ritorti d'amore
cucio un vestito per te.
All'uscita
dove incartano i regali
scrivo sul vetro
questa ballata del cuore
costa poco vita mia
ma a te piacerà. "

Bruno Dall'Olio
"Mercato della Fantasia "

giovedì 24 novembre 2022

Édouard Manet " Ritratto di Émile Zola " 1868 olio su tela Musée d'Orsay Parigi




" La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità. "

(Émile Zola, Discorso all'Assemblea generale degli studenti di Parigi del 1893)

***

Édouard Manet
" Ritratto di Émile Zola "
1868
olio su tela
Musée d'Orsay, Parigi

martedì 15 novembre 2022

Giotto " I Vizi e le Virtù " Cappella degli Scrovegni a Padova


" La Prudenza è raffigurata di tre quarti, seduta a uno scrittoio. Il volto è femminile e guarda, come tipico, lo specchio (in questo caso convesso) per controllare la situazione alle sue spalle. Sulla nuca inoltre si scorge un volto maschile barbuto, nel quale alcuni hanno indicato una figura simbolica di filosofo.

Nell'altra mano regge un compasso ed ha sottomano un libro nel quale legge la storia del mondo per ricavare ammaestramenti. Lo schienale del sedile è riccamente intagliato creando rosoni traforati, volute e girali.

Sull'altro lato è accoppiata con la Stoltezza, vizio di chi vive senza coscienza di sé e del mondo. "

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La Prudenza (Prudentia) è un affresco (120x60 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Stoltezza, che venne scialbata e riscoperta solo nel 1881, mostra una figura maschile di profilo. Essa ha i fianchi larghi ed è addobbata da giullare, col capo ricoperto di piume, un gonnellino con strascico, una treccia in vita a cui sono appese due sfere. Ha una grossa clava in mano che chiarisce il tipo del "selvatico" cioè l'uomo bestiale come san Paolo descrisse gli infedeli in contrasto coi gentili
Sull'altro lato è accoppiata con la Prudenza, virtù di chi invece pondera attentamente le sue scelte. "

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La Stoltezza (Stultitia) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto


" La Fortezza è raffigurata in maniera tradizionale come una robusta guerriera, appoggiata a uno scudo con una croce e un leone a rilievo (simbolo di forza, appunto) e reggente con l'altra mano una mazza ferrata. Alcuni hanno interpretato il leone in maniera più complessa, come simbolo della potenza dei nemici della virtù (D'Hancarville) o come emblema della generosità d'animo (Selvatico). Al collo ha legata inoltre la pelle del leone Nemeo (la "leontè"), che la configura come una vera e propria Ercolessa.

Sull'altro lato è accoppiata con la Scostanza che a differenza della Fortezza, coi piedi ben per terra, è rappresentata vacillante. "

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La Fortezza (Fortitudo) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" Per rappresentare l'umana mobilità, l’Incostanza è raffigurata come una figura femminile che è sollevata dal vento, il quale le gonfia la veste. Essa inoltre sta su una ruota appoggiata su una superficie inclinata di marmo screziato, per sottolineare la sua estrema instabilità. Opposta alla Fortezza (che invece ha i piedi ben saldati a terra), essa simboleggia la debolezza e la fatuità. "

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La Scostanza (Inconstantia) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Temperanza è raffigurata come una figura femminile che impugna una spada strettamente legata da nodi, simboleggiante come essa non ricorra alla forza. Indossa una lunga tunica ed ha il capo coperto da un cappuccio.

Sull'altro lato è accoppiata con l'Ira. "

La Temperanza (Temperantia) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" L'Ira è una figura femminile che nella follia della rabbia si straccia le vesti scoprendosi il petto e inclinandosi con bestiale irresponsabilità. Il gesto si ritrova nella scena di Cristo davanti a Caifa eseguito proprio dal sommo sacerdote a capo del sinedrio. La figura spicca tra gli altri vizi per il vigore del gesto, che ne fa opera quasi sicuramente autografa.

Essa è opposta alla calma della Temperanza, sulla parete opposta. "

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L'Ira è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Giustizia è l'unica Virtù in trono, perché per Aristotele non era semplicemente una delle virtù ma la Virtù per eccellenza, da cui discendono tutte le altre. È raffigurata come una solenne figura femminile coronata e seduta su un trono, che nella forma traforata delle cuspidi sui braccioli e nella prospettiva intuitiva della rappresentazione costituisce un'anticipazione della Maestà di Ognissanti. Nelle mani regge i due piatti di una bilancia in cui si trovano a destra un angelo con la spada sguainata in atto di colpire dei malfattori e a sinistra un altro angelo che incorona invece un uomo seduto ad un banco (quasi illeggibile). Sono simboli dei due rami della giustizia secondo Aristotele: la giustizia distributiva e la giustizia commutativa; la prima regola i rapporti pubblici (distribuzione di onori e pubbliche ricchezze), l'altra i rapporti privati, tra cui le punizioni dei reati (scambio di cose).

Alla base si trova un fregio in cui sono rappresentate scene di caccia col falcone, di danza e pellegrini o mercanti in viaggio, simboleggianti i piaceri e i vantaggi della vita che l'uomo può concedersi in una società ordinata e ben governata.

Sull'altro lato è accoppiata con l'Ingiustizia, che presenta un analogo fregio alla base con dei mercanti derubati da briganti. La coppia costituisce quindi un'anticipazione in piccolo, nel tema e nello svolgimento, dell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena. "

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La Giustizia (Iustitia) è un affresco (120x60 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" L'Ingiustizia è una figura maschile anziana, seduta come in un trono sotto un arco oscuro, l'entrata di un castello circondato da rupi rocciose. L'accesso è ostacolato da una siepe d'alberi e arbusti, a riprova della sua inaccessibilità. Esso tiene in mano una spada e nell'altra un arpione, armi di rapina e violenza. Come un feudatario ribelle o un magistrato corrotto, al quale assomiglia nella posa e nell'abbigliamento, guarda orgogliosamente verso l'esterno con mento alto, non comunica con lo spettatore ed è indifferente alle scene di violenza ai suoi piedi; le sue unghie lunghe ricordano gli artigli degli animali e dei demoni. Ai suoi piedi corre un fregio, che mostra i fatti che avvengono sotto il suo dominio: in un finto rilievo i cavalli vengono rubati e imbizzarriscono, la gente è rapinata di tutto per strada e i guerrieri circolano armati seminando distruzione.

Questa rappresentazione simbolica è opposta alla Giustizia sulla parete opposta, che presenta una analogo fregio alla base. La coppia costituisce quindi un'anticipazione in piccolo, nel tema e nello svolgimento, dell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena.

Le figure negative, sia nel volto del personaggio principale che nei personaggi del fregio, sono rovinate dai graffi dei pellegrini antichi, che così intendevano esorcizzare il Maligno."

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L'Ingiustizia (Iniustitia) è un affresco (120x60 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Fede è una figura femminile indossante un mantello, una lunga veste e un cappello appuntito che ricorda una mitria; la veste ha dei buchi, riferimento alla povertà del cristianesimo primitivo e degli ordini monastici. È rappresentata frontalmente, ieraticamente solenne, mentre con la destra regge un bastone con la croce e con la sinistra un cartiglio, forse il rotolo in cui sono scritte le verità rivelate. Alla cintura tiene una chiave, probabilmente quella del Regno dei Cieli. Con l'asta della croce rompe un idolo abbattuto e con i piedi calpesta delle tavole con arabeschi, spiegati come allusione alla cabala e quindi al mondo ebraico ma anche agli oroscopi. In alto si affacciano due angeli a mezzobusto negli angoli del riquadro.

Sull'altro lato è accoppiata con l'Infedeltà (Idolatria), che presenta un analogo fregio alla base. "

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La Fede (Fides) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" L'Infedeltà è da intendersi come opposto di Fede sul lato opposto e quindi come simbolo di idolatria. È una figura maschile indossante un elmo che regge un idolo con la destra, che lo tiene legato al collo tramite un cappio, simbolo della schiavitù che generano i falsi miti, impedendogli di guardarsi alle spalle dove spunta la Verità, simboleggiata da un profeta nell'angolo in alto a destra che sventola invano il suo cartiglio col messaggio divino. Le fiamme in basso a sinistra potrebbero alludere al futuro destino all'Inferno dell'idolatra. Più difficile è spiegare il significato del ramoscello tenuto in mano dall'idolo: forse è il mirto e quindi la statuetta rappresenterebbe Venere.

La scelta di rappresentare figure a monocromo tra specchiature marmoree, come finti bassorilievi, ebbe una formidabile eco nell'arte, che si propagò ancora nel Rinascimento, dagli sportelli esterni dei polittici fiamminghi alle Stanze di Raffaello, dalla Camera della Badessa di Correggio alle finte statue della Galleria Farnese. "

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L'Infedeltà (Infidelitas) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Carità è una figura femminile giovane e incoronata di fiori, dall'espressione serena. Con la mano destra offerente tiene un cesto ricolmo di fiori, frutta e spighe e con la sinistra riceve da Dio, o porge a Dio, un cuore, simbolo stesso dell'Amore caritatevole; la Carità rappresenta infatti un ponte tra Dio e l'umanità. Ai piedi si vedono sacchi di vile denaro, trascurati a terra.

Si tratta di un'iconografia diversa da quella più tradizionale, in cui la Carità appare come una donna che allatta più fanciulli.

Tra le allegorie del ciclo è una di quelle con migliore livello qualitativo.

Sull'altro lato è accoppiata con l'Invidia, che presenta un analogo fregio alla base. "

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La Carità (Karitas) è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" L'Invidia è un'anziana con un serpente che le esce dalla bocca, simbolo del suo maledire, e le si ritorce contro colpendole gli occhi, secondo il significato letterale etimologico della parola come il difetto del "non-vedere". Essa, diversamente dall'iconografia tradizionale, è un essere diabolico con corna che spuntano dalla cuffia e regge strettamente un sacco, simbolo di avarizia, in opposizione alla Virtù sul lato opposto, la Carità, che è invece prodiga nell'aiutare gli altri. Fiamme si sprigionano ai piedi dell'Invidia, che simboleggiano sia l'inferno che il bruciare del desiderio delle cose altrui che arde come il fuoco.

Figura dalla potente carica evocativa, l'invidia venne citata direttamente fin da Francesco da Barberino e nel tempo ha riscosso ammirazione unanime con l'eccezione del critico Matteo Marangoni (1942), che ebbe parole taglienti per quasi tutte le Virtù e i Vizi della cappella dell'Arena. Alcuni graffi che ne deturpano il volto dopotutto testimoniano la volontà dei visitatori antichi della cappella di scongiurarne la carica malefica, come avviene anche nella vicina allegoria della Disperazione. "

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L'Invidia è un affresco (120x55 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto



" La Speranza è una figura femminile alata, raffigurata di profilo mentre spicca il volo e leva le mani verso un angelo che le porge una corona. Si tratta di una rappresentazione diversa dall'iconografia tradizionale, che poi ebbe buon seguito (ad esempio nelle porte del battistero di Firenze di Andrea Pisano). I critici si sono divisi sulla valutazione della figura: se lo slancio, la dolce fisionomia e il dolce movimento del panneggio appaiono probabilmente autografi, l'ala appare "goffa", come la definì il critico Matteo Marangoni (1942).

Sull'altro lato è accoppiata con la Disperazione; alla leggerezza ascendente della Speranza è opposta la pesantezza della Disperazione impiccata. "

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La Speranza (Spes) è un affresco (120x60 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova.

Serie delle Virtù e dei Vizi di Giotto




" Opposto alla Speranza, l'allegoria della disperazione (anche etimologicamente opposto di Spes) non potrebbe essere un'immagine più chiara: una figura femminile impiccata, con le mani tragicamente contratte nello spasmo doloroso della morte violenta. La spessa corda pende da una stanga piegata dal peso e il collo appare spezzato, denotando uno studio dal vero dei condannati a morte che spesso venivano lasciati fuori dalle città a monito. Il demonio strappa i capelli alla donna per ricordare come essa, rifiutando la virtù teologale della speranza sia condannata alle pene infernali. Anche in questa scena, come nella vicina Invida, graffi antichi deturpano il diavolo e il volto della donna, nel tentativo popolare di scongiurarne la carica malefica.

La scena è accoppiata alla Speranza sul lato opposto, che a differenza della pesantezza dell'impiccata, ascende leggera verso Dio. "

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La Disperazione (Desperatio) è un affresco (120×60 cm) di Giotto, databile al 1306 circa e facente parte del ciclo della cappella degli Scrovegni a Padova.

 
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" μέσον τε καὶ ἄριστον
(il mezzo è la cosa migliore)
Aristotele nell'Etica Nicomachea

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I Vizi e Virtù di Giotto
Cappella degli Scrovegni,
Padova Musei

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Nella Cappella degli Scrovegni di Padova si ammira una straordinaria rappresentazione delle Virtù e dei Vizi realizzata in monocromo da Giotto. Il ciclo si sviluppa nel registro inferiore delle pareti laterali all’interno di un finto zoccolo in marmo con finte statue allegoriche: le statue sono disposte in sette coppie contrapposte e simmetriche, con le Virtù sulla parete destra e i Vizi sulla parete sinistra.
La Cappella degli Scrovegni venne realizzata da Giotto fra il 1303 e il 1305 su commissione di Enrico Scrovegni, erede di una ricca dinastia di mercanti: lo Scrovegni fece edificare e affrescare la Cappella come gesto di riscatto ed affrancamento sociale dal prestito a usura, attività infamante praticata dal padre Reginaldo.
La rappresentazione delle Virtù e dei Vizi di Giotto si inserisce all’interno del racconto della Storia della Salvezza, tema cui è dedicata la raffigurazione sulle pareti, attraverso il racconto delle Storie di Gioacchino ed Anna, della Storia di Maria e della Storia di Gesù. La narrazione termina con il Giudizio universale, dipinto in controfacciata. La meditazione sulle sette Virtù – le tre Teologali e le quattro Cardinali – e sui sette Vizi ad esse contrapposti accompagna dunque il fedele nel suo personale percorso di salvezza – o perdizione – fino al giorno del Giudizio, conducendolo in Paradiso oppure all’Inferno. La disposizione delle Virtù e dei Vizi lungo le due pareti – le prime sulla parete destra, i secondi sulla sinistra – riprende proprio la raffigurazione del Cristo nel Giudizio Universale, con la mano destra aperta verso il Paradiso e la mano sinistra chiusa sull’inferno.

​Autore: Viaggiatrice curiosa

mercoledì 9 novembre 2022

Giotto " Giudizio Universale 1303 - 1305 " Cappella degli Scrovegni a Padova


Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto (1267-1336) fra il 1303 e il 1305, l’intera parete di fondo, ossia la controfacciata, è occupata da un grandioso Giudizio universale.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Affresco, 10 x 8,4 m. Padova, Cappella degli Scrovegni.

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Questo affresco conclude idealmente le Storie che si dispiegano sulle pareti. Sebbene l’ideazione e il disegno generale siano certamente da attribuire al maestro, è stato riscontrato, studiando il dipinto, un ampio ricorso agli aiuti di bottega. Ciò, tuttavia, nulla toglie all’importanza dell’opera, che anzi si rivela assolutamente innovativa. Nonostante il mantenimento di alcune convenzioni (come, per esempio, le diverse scale proporzionali), per la prima volta viene abolita la suddivisione della scena in fasce orizzontali sovrapposte: Giudizio, Paradiso e Inferno sono presentati in un insieme unitario e tutte le figure si muovono nel medesimo spazio. Il Giudizio non è più presentato ma rappresentato, è un vero e proprio “avvenimento”.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con Cristo Giudice.

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Cristo Giudice campeggia al centro, circondato da una mandorla iridata, retta da serafini. Esponendo le piaghe della Passione, con l’esplicito gesto delle mani, divide i reprobi dagli eletti. Non siede su un trono ma su una sorta di nube in cui è possibile riconoscere alcune figure simboliche (un orso con vicino un pesce, un centauro, un’aquila con la testa di ragazzo, un uomo con la testa da leone). Queste quattro figure ibride rappresenterebbero la doppia natura umano-divina del Messia (il centauro), la redenzione dell’umanità (l’orso con il pesce), la Resurrezione (il leone), l’Ascensione (l’aquila).




Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con la croce.

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Sotto Gesù, vero spartiacque fra Paradiso e Inferno, è la croce in cui fu giustiziato, strumento di morte divenuto simbolo di redenzione, con ancora i chiodi infissi. La sorreggono due angeli, ma non solo loro: in basso intravediamo i piedi, le braccia e la testa di un uomo, anzi di un omino che si accinge a trasportare un peso che certamente le sue deboli forze, da sole, mai potrebbero sostenere. Ma ecco, appunto, il soccorso divino. «Un piccolo fragile uomo – buon ladrone, cireneo, ciascuno di noi – che si è imbattuto in quell’Uomo, l’ha riconosciuto Dio, gli si è affezionato: porta quindi “il giogo soave, il carico leggero”, nella prospettiva alta della felicità, la cui caparra è – qui e ora – la letizia del centuplo quaggiù”» (R.Filippetti).



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con la schiera angelica di sinistra e sei apostoli.

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Intorno a Cristo si raccolgono i dodici apostoli, giudici a latere. In alto si organizzano, per file e in due gruppi simmetrici, le schiere angeliche, guidate dagli arcangeli Michele e Gabriele.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con la schiera angelica di destra.




Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con Enrico Scrovegni che offre la Cappella alla Madonna.

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In basso a sinistra, i morti, svegliati dalle trombe dell’Apocalisse, escono dai crepacci della terra. Lì accanto, Enrico Scrovegni offre il modellino della sua cappella alla Vergine, la quale è accompagnata da san Giovanni e da santa Caterina d’Alessandria. Più in alto, il popolo di Dio cammina, ordinato e silenzioso, verso il Paradiso.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con Giotto e Dante.

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Nel gruppo, la tradizione identifica un autoritratto dello stesso Giotto, riconoscibile per via della berretta gialla calata sulla testa. Dietro di lui, vestito di giallo e con una corona di alloro in testa, l’amico Dante Alighieri.




Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con l’Inferno.

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Nell’Inferno, rappresentato in basso a destra, domina il caos. La mandorla di Cristo sprigiona quattro terribili lingue di fuoco, fiumi infernali in piena che trascinano i reietti negli anfratti sotterranei. Diavoli bestiali sottopongono i disperati a torture atroci, mostrate con tanto realismo (inusitato per quei tempi) da muovere l’osservatore alla compassione.




Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con il supplizio dei dannati. Al centro, Giuda impiccato.

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È un campionario di sadismo: chi viene appeso per i capelli, chi impiccato per la lingua, chi per i genitali (per inciso, mostrati con un realismo sconosciuto alla storia dell’arte sino ad allora). Qualcuno viene impalato in uno spiedo, qualcun altro segato in due. Restiamo sconcertati dal piombo fuso colato in bocca, dalle parti del corpo strappate con le tenaglie. In basso, verso sinistra, riconosciamo Giuda, impiccato e sventrato, con le viscere colanti. Satana, una grossa bestia mostruosa, mastica un dannato che ancora gli penzola dalla bocca, e con le zampe già ne afferra altri due.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con il supplizio dei dannati.



Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con Satana.




Giotto, Giudizio Universale, 1303-5. Particolare con un angelo che arrotola il cielo.

Nella Cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata da Giotto (1267-1336) fra il 1303 e il 1305, l’intera parete di fondo, ossia la controfacciata, è occupata da un grandioso Giudizio Universale.

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Si trova nella parte alta dell’affresco il particolare più mirabile e teologicamente più acuto: due angeli arrotolano il cielo, che da una parte è blu, così come noi lo vediamo, mentre dall’altra parte è rosso, colore dell’Amor di Dio. Lo annuncia il passo dell’Apocalisse: «Il cielo si ritirò come un rotolo che si avvolge, e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto» (AP 6, 14).

Si chiude il sipario: il tempo (rappresentato da Sole e Luna) e la storia sono arrivati alla fine. Dietro già si scorge la distesa d’oro della Gerusalemme celeste: quello stesso oro che trionfava nei mosaici bizantini e che Giotto non aveva quindi dimenticato e meno che mai rinnegato. Semplicemente, nella sua arte, l’immagine trasfigurata della realtà ultima era stata come coperta dal consistente tappeto della vita reale, teatro (almeno fino all’arrivo del Giudizio) dell’azione divina sulla Terra.

Autore: Giuseppe Nifosi

Giuseppe Nifosì (1964) è storico dell’arte e dell’architettura e docente di storia dell’arte. È impegnato nell’insegnamento e nella divulgazione della storia dell’arte, attraverso pubblicazioni, lezioni e conferenze.



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" Oh vana gloria de l'umane posse!
com' poco verde in su la cima dura,
se non è giunta da l'etati grosse!
Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura: "

canto XI (versi 93-96) del Purgatorio
Dante Alighieri

" Oh gloria vana delle capacità umane! quanto poco rimane verde sul ramo, se non è seguita da età decadenti!
Cimabue credette di primeggiare nella pittura, mentre ora è Giotto il maestro e ha oscurato la sua fama: " 

lunedì 7 novembre 2022

Agostino Arrivabene 2022










" Fammi tua lira al pari d'una selva:
se cadranno le mie con le sue foglie,
che importa? Un canto profondo, autunnale,
dolce benché dolente, il tuo tumulto
di gagliarde armonie trarrà da entrambi!
Tu il mio spirito sii, spirito fiero!
sii tu me stesso, o spirito ribelle!
I miei morti pensieri, vizze foglie,
caccia per l'universo a porre il seme
d'una nascita nuova! E con l'incanto
di questo verso - ceneri e faville
da un focolare non estinto - spargi
le mie parole in mezzo alla mia stirpe!
Sii per mia bocca alla terra che dorme
la tromba d'un profeta, ebbra d'annunzi!
Quando l'inverno sopraggiunge, o vento,
primavera può tanto essere indietro? "

Percy Bysshe Shelley (1792-1822)
" Ode al Vento dell'Ovest "

( Trad. Giovanna Bemporad, Poetessa )

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Agostino Arrivabene


Michelangelo Merisi da Caravaggio " Riposo durante la fuga in Egitto " 1597




" Io dormo, ma il mio cuore veglia "

Cantico dei Cantici
(Ct. 5:2)

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Michelangelo Merisi da Caravaggio
" Riposo durante la fuga in Egitto " 1597
Galleria Doria Pamphilj - Palazzo Doria Pamphilj,
Roma 

Il colorismo e i molti brani di natura morta presenti in questo dipinto e realizzati con estrema verosimiglianza dimostrano l'adesione del giovane Caravaggio alla cultura pittorica lombardo-veneta. Si veda, ad esempio, il mirabile paesaggio sullo sfondo (unicum nella pittura caravaggesca insieme a quello del Sacrificio di Isacco della Galleria degli Uffizi di Firenze), la cui trattazione (il cielo cupo, nuvoloso e carico di pioggia) ricorda la Tempesta di Giorgione, pur raffigurando - secondo Maurizio Marini - uno scorcio della campagna sulle rive del Tevere.
Nel dipinto di Caravaggio, la natura e il paesaggio svolgono un ruolo simbolico di rilievo: gli elementi naturali accanto all'anziano Giuseppe rimandano all'aridità e alla siccità, mentre la natura ed il paesaggio sono più rigogliosi a destra, dove si trova la Vergine col Bambino. Ai piedi della Vergine il pittore ha dipinto piante simboliche che alludono alla verginità di Maria (l'alloro), alla Passione (il cardo e la spina della rosa) e alla Resurrezione (il Tasso barbasso).
Secondo Maurizio Calvesi, il pittore ha raffigurato - da sinistra a destra - un percorso di salvazione cristiana, dall'inanimato minerale (il sasso) all'animale (l'asino), all'essere umano (Giuseppe), passando per l'angelico (l'angelo violinista), sino alla meta finale: il divino (la Vergine che abbraccia il Bambino Gesù).
Di notevole bellezza è la postura dell'angelo musicista, forse ispirata all'allegoria del Vizio raffigurata nell'Ercole al Bivio che Annibale Carracci stava dipingendo per il Camerino di Odoardo Farnese (a Palazzo Farnese) proprio in quegli stessi anni (l'opera di Carracci è ora al Museo di Capodimonte). Analogamente all'angelo di Caravaggio, questa allegoria indossa una veste leggera che lascia intravedere le forme del corpo nudo.
L'angelo è il perno della raffigurazione che divide in due parti distinte la scena: a sinistra il vecchio Giuseppe, seduto sulle sue masserizie e con i piedi nudi posati sul terreno scuro, veglia - stanco - reggendo la partitura affinché l'angelo apparso possa leggere e suonare.